La Messina rinascimentale, culla di arte e spiritualità
Nel cuore della Sicilia, durante il Rinascimento, la città di Messina viveva un periodo di grande splendore. Le sue strade risuonavano del fervore delle botteghe artistiche, dei canti liturgici e della viva partecipazione popolare alla vita religiosa. In questo contesto straordinario, si distinse la figura di Santa Eustochia Smeralda Calafato, una giovane donna che con la sua fede incrollabile seppe incarnare lo spirito del suo tempo.
Le radici: un’infanzia tra fede, lavoro e semplicità
Nata il 25 marzo 1434 a Messina, Smeralda era la quarta di sei figli di Bernardo Cofino, detto Calafato, e Mascalda Romano. Il padre, proprietario di una piccola imbarcazione, svolgeva servizi per conto terzi, permettendo alla famiglia una vita modesta ma dignitosa. La madre, profondamente religiosa, trasmise alla figlia i valori del francescanesimo, alimentando in lei un’intensa devozione al Cristo sofferente, che Smeralda chiamava con tenerezza “il mio amato zuccherato Gesù”.

Il rifiuto del matrimonio e il desiderio di consacrazione
La svolta arrivò nel dicembre 1444, quando, a soli undici anni, Smeralda fu promessa in sposa a un ragazzo di ricco, secondo l’usanza del tempo. Ma la giovane, già profondamente unita a Cristo nel cuore, rifiutò decisamente l’unione, dichiarando di voler consacrare la sua verginità a Dio. Il promesso sposo morì improvvisamente nel 1446, evento interpretato da molti come un segno della provvidenza.
I contrasti familiari e la morte del padre
Il suo desiderio di prendere i voti si scontrò con la decisa opposizione del padre e dei parenti, che non volevano rinunciare a un’alleanza matrimoniale conveniente. La tensione in famiglia crebbe fino al punto che Smeralda tentò persino la fuga. Tuttavia, nel 1448, la morte improvvisa del padre durante un viaggio commerciale in Sardegna pose fine alle resistenze e aprì la strada alla sua vocazione.
La vita monastica e la scelta radicale della povertà
Smeralda entrò nel monastero delle Clarisse di Basicò, dove prese il nome di Eustochia. Tuttavia, la sua adesione rigorosa alla regola di Santa Chiara, che imponeva povertà assoluta, digiuni e penitenze, la mise in conflitto con la Madre Superiora. Insieme a un gruppo di sorelle, decise di fuggire dal monastero attraverso la rota del chiostro. Le monache trovarono rifugio presso un vecchio ospedale cittadino, detto dell’Accomandata, in condizioni strutturali precarie. Qui vissero con grandi difficoltà fino a quando non fu loro donato un edificio più idoneo: l’attuale monastero di Montevergine, che sarebbe diventato il fulcro del culto e della vita spirituale di Eustochia.

Il ritrovamento della regola originale di Santa Chiara
Un evento straordinario accadde durante il suo soggiorno a Montevergine: un giovane trovò la regola di Santa Chiara scritta su pergamena originale durante una piena di un torrente. La pergamena, miracolosamente asciutta nonostante le piogge battenti, fu portata a Eustochia. Questo episodio fu interpretato come un segno divino della legittimità del suo cammino spirituale. La pergamena è oggi custodita come preziosa reliquia nel monastero ancora intatta.
Una santa amata e proclamata nella sua città natale
La sua fama di santità si diffuse ben oltre Messina. Era amata per la sua umiltà, la sua carità verso i poveri, e la forza con cui sosteneva le consorelle. Morì il 20 gennaio 1485, e il suo corpo fu ritrovato incorrotto. La sua canonizzazione avvenne l’11 giugno 1988, per volontà di Papa Giovanni Paolo II, diventando la prima Santa canonizzata nella propria città natale, un evento unico nella storia della Chiesa.